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Verifica d’ufficio dell’abusività delle clausole negoziali

L’articolo 6, paragrafo 1, e l’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva n. 13/93/CEE, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, ostano a una normativa nazionale che impedisca al giudice nazionale un esame d’ufficio del carattere eventualmente abusivo delle clausole contenute in un contratto – di dott. Alessandro Macchion

Con la recente Sentenza 531/2024, la Corte di giustizia UE ha ancora una volta ribadito l’interpretazione degli art. 6 e 7 della direttiva 13/93/CEE e con ciò il costante orientamento in materia di tutela del consumatore e abusività delle clausole contrattuali. Questa sentenza si pone nel solco tracciato in particolare dalla Sentenza della Grande Sezione 693/2022 che ha avuto così grande impatto nel panorama giuridico italiano.

La pronuncia prende le mosse dal rinvio pregiudiziale ex articolo 267 TFUE presentato dal Tribunale circondariale di Varsavia centro avente ad oggetto l’interpretazione gli articoli 3, 6 e 7 della Direttiva 93/13/CEE concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori in relazione alla disciplina di diritto nazionale polacco che limiterebbe la possibilità per il giudice di rilevare d’ufficio l’abusività di dette clausole contrattuali.

Nel 2006 e successivamente nel 2008 un consumatore stipulava con una banca due contratti di credito. Invocando mancati pagamenti la stessa risolveva i contratti e contemporaneamente avviava due procedimenti di ingiunzione di pagamento elettronici, nei quali stante la disciplina nazionale non era possibile allegare i contratti di credito alla base delle pretese della banca nei confronti del consumatore. Il Tribunale competente disponeva due ingiunzioni di pagamento, le quali non erano opposte dal consumatore divenendo definitive e munite della formula esecutiva. A seguito di ciò veniva avviato un procedimento di esecuzione forzata su un bene immobile del consumatore. Nell’ambito di tale procedimento i predetti contratti venivano prodotti e di conseguenza il giudice del rinvio era il primo a poterli esaminare. Dall’esame degli stessi sorgevano dubbi circa la loro validità state il possibile carattere abusivo di talune clausole.

Considerato che la disciplina processuale interna non gli consentiva di sindacare la validità degli stessi visto che il consumatore non aveva proposto opposizione nei confronti delle ingiunzioni di pagamento, e ritenendo la fattispecie del tutto assimilabile a quella di cui alla Sentenza Corte giustizia UE Grande Sezione 693/2022, il giudice del Tribunale di Varsavia rinviava la questione alla Corte UE.

Entrando nel merito della questione e delineando il perimetro di tutela attribuita dalla Direttiva 93/13/CEE la Corte UE enuncia il principio secondo cui gli articoli oggetto del rinvio pregiudiziale “devono essere interpretati nel senso che essi ostano a una normativa nazionale che prevede che un giudice nazionale non possa procedere d’ufficio a un esame del carattere eventualmente abusivo delle clausole contenute in un contratto e trarne le conseguenze, in sede di controllo di un procedimento di esecuzione forzata fondato su una decisione che dispone un’ingiunzione di pagamento avente autorità di cosa giudicata:

– se tale normativa non prevede un simile esame nella fase dell’emissione dell’ingiunzione di pagamento, o

– qualora un simile esame sia previsto unicamente nella fase dell’opposizione proposta avverso l’ingiunzione di pagamento di cui trattasi, se sussista un rischio non trascurabile che il consumatore interessato non proponga l’opposizione richiesta o a causa del termine particolarmente breve previsto a tal fine, o in considerazione delle spese che un’azione giudiziaria implicherebbe rispetto all’importo del debito contestato, o perché la normativa nazionale non prevede l’obbligo che siano trasmesse a tale consumatore tutte le informazioni necessarie per consentirgli di determinare la portata dei suoi diritti.”

La Corte delinea puntualmente il perimetro entro cui la normativa nazionale può muoversi nel limitare la possibilità di un giudice di rilevare di ufficio l’abusività delle clausole negoziali di un contratto con un consumatore. L’enunciazione della Corte ruota attorno al principio di effettività della tutela apprestata dalla Direttiva al consumatore. Anche nell’ipotesi in cui la possibilità di sindacare la validità del contratto e l’abusività delle clausole negoziali sia concessa nella fase dell’opposizione ad un’ingiunzione di pagamento, ma non successivamente, ciò da solo non sarebbe sufficiente per considerare la normativa nazionale valida o in violazione delle norme di diritto UE. Va valutata l’effettiva possibilità del consumatore di usufruire della tutela apprestatagli ed in particolare, come sottolinea la Corte, è necessario valutare il termine entro il quale può essere proposta opposizione ed il costo di un simile mezzo di impugnazione. Qualora per la brevità del termine o gli eccessivi costi sussiste un rischio che il consumatore interessato non proponga opposizione, non potrà essere negata al successivo giudice la facoltà di sindacare la legittimità delle clausole contrattuali.

Nel caso di specie la Corte ritiene che la disciplina di diritto nazionale in materia di ingiunzione di pagamento elettronica ed i ristretti termini per proporre opposizione avverso le stesse fanno sorgere il più che probabile rischio che un consumatore non opponga tali ingiunzioni. Di conseguenza, qualora non fosse concesso anche al successivo giudice di sindacare sulla validità dei titoli alla base delle predette ingiunzioni, sebbene divenute definitive ed esecutive, vi sarebbe una chiara ed evidente violazione delle norme UE poste a tutela del consumatore.

Proseguendo nell’analisi e richiamando la propria Sentenza 693/2022, la Corte di giustizia UE ha ribadito che “in una situazione in cui un esame d’ufficio del carattere eventualmente abusivo delle clausole contrattuali si considerava avvenuto e coperto dall’autorità di cosa giudicata, senza tuttavia che tale esame fosse stato motivato, la Corte ha dichiarato che l’esigenza di una tutela giurisdizionale effettiva impone che il giudice dell’esecuzione possa valutare, anche per la prima volta, l’eventuale carattere abusivo delle clausole del contratto poste a fondamento di un’ingiunzione di pagamento disposta da un giudice su domanda di un creditore e contro la quale il debitore non ha proposto opposizione”.

Questa decisione evidenzia ancora una volta come il sistema delineato dalla Direttiva 93/13/CEE, così come interpretato dalla Corte, si fonda sull’idea che il consumatore meriti una particolare tutela trovandosi in una posizione di inferiorità nei confronti del professionista sia per quanto attiene al potere negoziale sia a livello di informazioni a cui può avere accesso. Giova ricordare a tal proposito, come ha modo di fare la Corte, che data la posizione dei consumatori e l’importanza dell’interesse pubblico costituito dalla loro tutela il combinato disposto dell’art. 7 della Direttiva 93/13/CEE ed il ventiquattresimo considerando della stessa impongono agli Stati Membri dell’UE l’obbligo di apprestare e fornire mezzi adeguati ed efficaci per eliminare l’uso delle clausole abusive nei contratti stipulati tra professionisti e consumatori tra i quali deve essere necessariamente ricompresa la possibilità di adire l’autorità giudiziaria per far dichiarare l’illiceità di talune clausole di un contratto.



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