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Testamenti e badanti

In Italia, la pratica di redigere testamenti è diminuita dagli anni ’80 e ’90, con preferenza per la distribuzione dei beni in vita per evitare conflitti ereditari. I testamenti formalmente validi sono difficilmente annullabili, ma l’aumentata solitudine degli anziani e i cambiamenti sociali hanno portato al riconoscimento della c.d. “captazione” e dunque dell’influenza delle disposizioni testamentarie in stati di vulnerabilità – di Avv. Federico Casa

A partire dagli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso si è cominciato a dire che, quantomeno in Italia, non si redigono più testamenti. Non vi è dubbio che ciò corrisponda al vero; infatti, i patrimoni vengono ripartiti dai disponenti in vita. E ciò per ragioni non solo fiscali, ma anche per evitare discussioni tra gli eredi dopo la morte; insomma, si potrebbe quasi dire che anche nell’esperienza giuridica, come nella nostra società, il tema della morte è stato perlopiù rimosso.

Inoltre, come noto, una volta redatto in modo formalmente corretto il testamento, il principio della conservazione della volontà testamentaria prescrive che esso possa essere difficilmente completamente annullato. Anche in tema di vizi della volontà, la giurisprudenza e la dottrina prevalenti sono sempre state molto rigorose, tanto è vero che i requisiti del dolo, richiesto per l’annullamento del testamento, sono sempre stati ritenuti i medesimi della disciplina del contratto in tema di vizi della volontà; si tratta di quegli artifizi e raggiri dell’altro contraente e/o di un terzo, che hanno causato una rappresentazione non veritiera della realtà e indotto una parte a contrarre; senza i raggiri quella parte non sarebbe addivenuta al perfezionamento del contratto.

E ciò è tanto più vero, se si pensi che in tema di dolo contrattuale prende il nome di “dolo incidente” quel dolo che ha sì cagionato una falsa rappresentazione della realtà, ma il contraente che ha subito il dolo avrebbe comunque concluso il contratto, anche se a condizioni diverse; in tal caso, il contratto non è annullato, ma chi ha subito il danno ha diritto ad un’azione risarcitoria.

Appare abbastanza chiaro che, a queste condizioni, non appare agevole annullare per dolo un contratto e, a maggior ragione, un testamento.

D’altro canto, un tempo le persone anziane vivevano in famiglia o comunque, come insegna la migliore letteratura, i familiari erano in grado di conciliare nel migliore dei modi assistenza morale e materiale ed interesse economico; per chi ama la letteratura si pensi a “Groviglio di vipere” di Francois Mauriac.

Oggi, invece, le persone che redigono i testamenti sono più sole, le famiglie un po’ più disgregate e spesso i figli per le più svariate ragioni vivono lontano dai loro genitori. Ne deriva che essi, soprattutto se in loro è in parte menomata la capacità cognitiva  e vivono in carenza di affetto, possono percepire in modo distorto piccoli gesti quotidiani attuati da vicini di casa o da persone che li assistono (fare la spesa, guardare la televisione, leggere il giornale); ne possono discendere manifestazioni di gratitudine sproporzionate rispetto alla natura e all’entità di tali gesti. Tanto e vero che la giurisprudenza di legittimità e la dottrina più avvertita cominciano a riconoscere significato a quella che in gergo si dice “captazione”, dando in questo modo rilevanza a quei raggiri e artifizi che, pur astrattamente non idonei a coartare la volontà di una persona media, per lo stato di prostrazione psichica e affettiva (vulnerabilità) in cui si trovano le persone che li subiscono, possono rivelarsi efficaci, in grado di determinare la volontà del testatore in un senso e/o in un altro e comportare pertanto l’annullamento del testamento.   

D’altro canto, l’esperienza giuridica non può non essere al passo con le trasformazioni ed evoluzioni della nostra società; in questo caso, si tratta di una nuova lettura, in chiave interpretativa, dell’art. 624 c.c.



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