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Successione dei soci nei crediti della società estinta: i crediti litigiosi non costituiscono sopravvenienze attive

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 21071 del 18.07.2023, ha escluso la possibilità per gli ex soci di succedere nei rapporti giuridici attivi afferenti alla società cancellata dal registro delle imprese e ancora esistenti al momento della cancellazione ma non iscritti nel bilancio finale, intendendosi detti crediti implicitamente rinunciati.

La vicenda ha interessato la titolarità di un credito pecuniario dovuto quale corrispettivo per i servizi svolti da una s.n.c. in favore di una società cliente nell’ambito di un contratto di somministrazione. Vedendosi costretta al recupero del credito in via giudiziale, la s.n.c. otteneva un decreto ingiuntivo che veniva però prontamente opposto dalla società debitrice, con conseguente avvio della classica trafila giudiziaria.

Nelle more del giudizio di appello, la s.n.c. veniva cessata e cancellata dal registro delle imprese e le ragioni di credito della ex s.n.c. venivano raccolte dai due soci. Questi, certi di essere succeduti nelle sorti della società, valutavano opportuno proporre ricorso per Cassazione, vedendosi però opporre immediatamente l’eccezione di inammissibilità, per cui non avrebbero avuto alcun diritto di proporre l’impugnazione in proprio. Secondo la tesi avversa, infatti, nel caso in esame non si sarebbe verificato il fenomeno successorio (previsto all’art. 2312 c.c. per le società in nome collettivo e all’art. 2495 c.c. per le società di capitali) per cui gli ex soci succedono in quei rapporti giuridici afferenti alla società e che sono ancora in essere al momento della cancellazione dal registro delle imprese. Detto fenomeno sarebbe invero sicuro per i debiti della società, onde evitare un ingiusto pregiudizio in danno ai creditori sociali, ma non si applicherebbe con altrettanta certezza per i diritti e i beni della società. In particolare, non varrebbe per i crediti incerti o illiquidi, o per le mere pretese, ancorché azionati in giudizio. La Suprema Corte propendeva per questa interpretazione, sposando fra l’altro un orientamento risalente, specificando che la scelta del liquidatore (o dei soci, come in questo caso) di procedere “senz’altro alla cancellazione della società dal registro, senza attendere la conclusione dell’accertamento giudiziale, può ragionevolmente essere interpretata come un’univoca manifestazione di volontà a rinunciare a quel credito, privilegiando una più rapida conclusione del procedimento estintivo”. A sfatare tale conclusione, la Cassazione ritiene necessaria la prova che il credito non fosse stato rinunciato, non ritenendo però sufficiente a tal proposito l’atto notarile con cui era stato disposto lo scioglimento della società e nel quale veniva dato atto dell’esistenza del credito litigioso la cui titolarità si intendeva trasferita ai due soci in parti uguali. La Suprema Corte ha anzi ritenuto che l’atto in questione non facesse altro che confermare che, al momento dello scioglimento, i due soci ben sapessero dell’esistenza del credito e di trattarsi fra l’altro di credito “incerto”, in quanto oggetto di accertamento giudiziale, e che pertanto non vi siano ragioni sufficienti per escludere il ricorrere della rinuncia. La Corte ha concluso dunque per l’inammissibilità del ricorso e la condanna dei due soci ricorrenti alle spese.

Avv. Paolo Capraro – avvcapraro@casaeassociati.it



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