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Società estinta e sorte dei debiti non liquidati

I debiti non liquidati della società estinta si trasferiscono in capo ai soci, salvo il limite di responsabilità indicato nell’art. 2495, comma 2, c.c. – di Avv. Federica Fratello

La Cassazione, con la sentenza in questione (n. 10752 del 21 aprile 2023), affronta il tema della sorte dei debiti pendenti in caso di estinzione della società.

La pronuncia in esame ha il pregio di chiarire quali sono le conseguenze della cancellazione della società di capitali, ex art. 2495 c.c., sui rapporti debitori già facenti capo alla società cancellata e non definiti all’esito della procedura di liquidazione. In particolare, la questione verte sulla possibilità che il creditore, se rimasto insoddisfatto, possa far valere il suo diritto di credito sugli ex soci anche in seguito alla cancellazione, al di là dell’eventualità che gli ex soci abbiano goduto o meno del riparto in base al bilancio finale di liquidazione.

 Nel caso proposto avanti la Corte di Cassazione, in particolare, la ricorrente censurava la decisione d’appello laddove la Corte aveva ritenuto che un creditore sociale di una s.r.l.,  posta in liquidazione e cancellata dal registro delle imprese, non potesse far valere il proprio credito nei confronti della socia ai sensi dell’art. 2495, comma 2, c.c. (secondo la formulazione di tale articolo ratione temporis vigente, prima delle modifiche introdotte dal D.L. n. 76 del 2020, convertito con modificazioni nella L. n. 120 del 2020).

Ebbene i Giudici di legittimità osservano, in merito, che i giudici della Corte d’Appello di Catania avevano erroneamente ritenuto provato, da parte del socio, il pagamento, con le somme rivenienti dalla liquidazione finale, di altri creditori della società sulla sola base dell’emissione di assegni bancari, la cui consegna non ha, di per sé, efficacia solutoria. In caso di credito non soddisfatto verso la società di capitali cancellata dal registro delle imprese, il socio può essere obbligato a rispondere verso il creditore sociale ove quest’ultimo provi l’avvenuta distribuzione dell’attivo e la conseguente riscossione di una quota di esso da parte del socio in base al bilancio finale di liquidazione, incombendo, di converso, sul socio convenuto in giudizio l’onere della prova di aver effettivamente utilizzato le somme ricevute in base al bilancio finale di liquidazione per il pagamento dei debiti della società.

Precisa anche la Suprema Corte che se al momento della cancellazione di una società, di persone o di capitali, dal Registro delle Imprese, vi sono ancora in essere rapporti giuridici preesistenti, si verifica un fenomeno di tipo successorio ai sensi dell’art. 2495, comma 2, c.c.. Di conseguenza, “i debiti non liquidati della società estinta si trasferiscono in capo ai soci, salvo il limite di responsabilità nella medesima norma indicato. Non si arreca, peraltro, alcun pregiudizio alle ragioni dei creditori per il fatto che i soci delle società di capitali rispondono solo nei limiti dell’attivo loro distribuito all’esito della liquidazione, atteso che, se la società viene cancellata senza distribuzione di attivo, ciò vuol dire che vi sarebbe stata comunque incapienza del patrimonio sociale rispetto ai crediti da soddisfare”.

Ulteriormente, e conclusivamente, l’ordinanza in commento sostiene che “la circostanza che i soci della società di capitali (o il socio accomandante della società in accomandita semplice) abbiano beneficiato effettivamente di un qualche riparto in base al bilancio finale di liquidazione non configura una condizione da cui dipende la possibilità di proseguire nei confronti di detti soci l’azione originariamente intrapresa dal creditore sociale verso la società: i soci sono comunque destinati a succedere nei rapporti debitori già facenti capo alla società cancellata ma non definiti all’esito della liquidazione, fermo però restando il loro diritto di opporre al creditore agente il limite di responsabilità pari alle somme riscosse in base al bilancio finale”.

L’orientamento della Cassazione in esame fa capo ad alcune precedenti sentenze, le n. 15474 del 2017 e n. 23916 del 2016, le quali evidenziano che affinché il socio della società di capitali possa essere obbligato a rispondere verso il creditore sociale non soddisfatto, occorre che lo stesso creditore dia prova della distribuzione dell’attivo e della riscossione di una quota di esso da parte del socio in base al bilancio finale di liquidazione, trattandosi del fatto costitutivo della responsabilità di quest’ultimo.

La ratio sottesa alla conclusione raggiunta dalla Corte di Cassazione – nell’ambito della più corretta interpretazione della disciplina civilistica ai sensi dell’art. 2495, comma 2 , c.c. – è presto spiegata: la sentenza in esame, ha confermato l’indirizzo giurisprudenziale formatosi a seguito della riforma del diritto societario del 2003, il quale, a tutela dei diritti dei creditori sociali, prevede che i creditori sociali non soddisfatti possano agire nei confronti dei soci, con i limiti di cui sopra, ovvero nei limiti di quanto riscosso dalla liquidazione, se limitatamente responsabili, o illimitatamente, se illimitatamente responsabili per i debiti sociali. No da ultimo si segnala che è prevista, altresì, a tutela dei creditori, la possibilità che questi ultimi agiscano nei confronti del liquidatore in via risarcitoria se il mancato pagamento del debito sociale è dipeso da responsabilità di quest’ultimo.

Cass. Civ, Sez. II, Ord., 21 aprile 2023, n. 10752



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