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Sì della consulta alla sospensione dell’unione civile in caso di rettificazione di sesso in vista del matrimonio

La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 26, della L. n. 76 del 2016 nella parte in cui stabilisce che la sentenza di rettificazione anagrafica di attribuzione di sesso determina lo scioglimento automatico dell’unione civile; la coppia unita civilmente, ove manifesti la volontà di conservare il rapporto nelle diverse forme del legame matrimoniale, va incontro comunque, nel tempo necessario alla relativa celebrazione, ad un vuoto di tutela. Deve dunque essere garantito il rimedio della sospensione degli effetti derivanti dallo scioglimento del vincolo, per il termine massimo di 180 giorni dal passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione – di Avv. Alessia Schiavo

Con ordinanza del 29 maggio 2023, il Tribunale di Torino, chiamato a pronunciarsi, nel corso di un giudizio di rettificazione anagrafica di attribuzione di sesso, sulla richiesta di trasformazione in matrimonio dell’unione civile contratta dal richiedente con altro soggetto, sollevava, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 26, della L. n. 76 del 2016, che dispone che la sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso determina lo scioglimento dell’unione civile tra persone dello stesso sesso senza prevedere la possibilità della conversione in matrimonio per dichiarazione congiunta delle parti, senza soluzione di continuità con il preesistente legame.

La questione di legittimità costituzionale veniva sollevata con riferimento agli artt. 2 e 117, comma 1, Cost. (quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU); all’art. 3 Cost., per l’ingiustificata disparità di trattamento riservata allo scioglimento dell’unione omoaffettiva rispetto a quanto stabilito dal comma 27 dell’art. 1 L. 76/2016 nell’ipotesi in cui il medesimo fenomeno involga il vincolo matrimoniale (laddove viene previsto che alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso); infine, il dubbio di legittimità riguardava l’art. 31, comma 4-bis, del D.lgs. n. 150 del 2011, introdotto dall’art. 7 del D.lgs. n. 5 del 2017, nella parte in cui non prevede che colui che ha proposto domanda di rettificazione e l’altro contraente possano, fino alla precisazione delle conclusioni, esprimere la volontà – in caso di accoglimento della  domanda di rettifica – di unirsi in matrimonio.

Il rimettente, in buona sostanza, denunciava il deficit di tutela che l’insieme delle norme di cui sopra produce nella parte in cui non comprende una disposizione analoga a quella di cui all’art. 1, comma 27, della L. n. 76 del 2016, introdotta in favore delle coppie già unite in matrimonio che, in seguito a rettifica anagrafica di sesso di uno dei coniugi, abbiano manifestato la volontà di trasformare il precedente vincolo in altro riconosciuto dall’ordinamento, con conversione del matrimonio in unione civile.

Con la sentenza n. 66 del 22 aprile 2024la Consulta ha dunque dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, comma 26 della L. 76/2016 affermando la facoltà del giudice – ove l’attore e l’altra parte dell’unione civile rappresentino al giudice stesso la volontà di contrarre matrimonio – di disporre la sospensione degli effetti derivanti dallo scioglimento del vincolo fino alla celebrazione del matrimonio e comunque non oltre il termine di centottanta giorni dal passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione. All’esito, il competente ufficiale dello stato civile, ricevuta la comunicazione del passaggio in giudicato di detta sentenza di rettificazione con dichiarazione del giudice di sospensione limitatamente agli effetti dello scioglimento del vincolo, a far data dal passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione e sino al decorso del termine di centottanta giorni, procederà alla relativa annotazione.

È stata, invero, dichiarata altresì l’illegittimità costituzionale dell’art. 70-octies, comma 5, del D.P.R. n. 396 del 2000, nella parte in cui non prevede che l’ufficiale dello stato civile competente, ricevuta la comunicazione della sentenza di rettificazione di attribuzione di sesso, proceda ad annotare, se disposta dal giudice, la sospensione degli effetti derivanti dallo scioglimento dell’unione civile.

Di contro, sono state ritenute non fondate le questioni di legittimità costituzionale relative all’art. 31, comma 4-bis, del D.lgs. n. 150 del 2011, sollevate in riferimento agli artt. 2, 3 e 117 Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 8 e 14 CEDU (accoglimento che avrebbe presupposto l’estensione della disciplina prevista dall’art. 1, comma 27, della L. n. 76 del 2016, dettata per la ipotesi di conversione, a seguito di rettificazione dell’attribuzione di sesso di uno dei coniugi, del matrimonio in unione civile, alle fattispecie speculari di rettificazione nei confronti di uno dei componenti dell’unione civile) stante l’obiettiva eterogeneità delle situazioni a confronto, ovvero quelle tra coppie coniugate e coppie unite civilmente.

Diversamente, come anticipato, è stata ritenuto fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 26, della L. n. 76 del 2016, sollevata in riferimento all’art. 2 Cost.

Ad avviso del Giudice delle leggi l’unione civile costituisce una formazione sociale in cui i singoli individui svolgono la propria personalità, connotata da una natura solidaristica non dissimile da quella propria del matrimonio, in quanto comunione spirituale e materiale di vita, ed esplicazione di un diritto fondamentale della persona, quello di vivere liberamente una condizione di coppia, con i connessi

diritti e doveri.

La previsione di automatico scioglimento del vincolo quale esito del percorso di transizione sessuale di uno dei componenti della coppia comporta un’evidente la mancanza di tutela nel passaggio da una relazione giuridicamente riconosciuta, qual è quella dell’unione civile, ad altra, qual è il legame matrimoniale, ed entra irrimediabilmente in frizione con il diritto inviolabile della persona alla propria identità; per l’effetto, la Corte argomenta che la tutela additiva reclamata dal rimettente rispetto alla coppia omoaffettiva che si sia trovata ad intraprendere il percorso di modifica del genere e voglia a sé conservare continuità nelle garanzie di legge nel passaggio tra unione civile e matrimonio, resta nei suoi presupposti riconducibile a quella categoria di situazioni “specifiche” e “particolari”, con riguardo alle quali ricorrono i presupposti per un intervento della Consulta stessa, nei limiti di un controllo di adeguatezza e proporzionalità delle norme di legge.

Il rimedio da adottare, pertanto, deve garantire la tutela della personalità del singolo lungo il tempo strettamente necessario alla celebrazione, pur sempre avendo riguardo alle differenze tra matrimonio e union civile, ma consentendo di riconoscere alla coppia omoaffettiva un mezzo comunque destinato a replicare, in modo eguale e contrario, quello già previsto dal legislatore con l’art. 31, comma 4-bis, del D.lgs. n. 150 del 2011. Quest’ultimo facoltizza la coppia coniugata, attraversata

dalla modifica di sesso, a comparire davanti al giudice della rettificazione anagrafica per manifestare la volontà di rimanere legalmente unita, nella sopraggiunta omoaffettività.

La durata della sospensione, infine, deve individuarsi nel termine fissato dal codice civile per la celebrazione del matrimonio a far data dalle pubblicazioni, e quindi in quello di centottanta giorni previsto dall’art. 99, comma 2, c.c. decorrente, però, nel caso in esame, dal passaggio in giudicato della sentenza di rettificazione del sesso, che resta sospesa, così nel suo decorso, limitatamente all’effetto dell’automatismo solutorio del vincolo.

Ne consegue che la sospensione di tale effetto lascia alle parti la facoltà di procedere alla celebrazione del matrimonio, al contempo conservando agli uniti civilmente la tutela propria del rapporto già goduto e riconosciuto nell’ordinamento nelle more della celebrazione del matrimonio.

Corte Costituzionale, n. 66 del 22 aprile 2024



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