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Revocabilità della compravendita comportante una datio in solutum

Una compravendita comportante una datio in solutum, mediante la cessione di beni con imputazione del prezzo a compensazione di un debito scaduto, costituisce una modalità anomala di estinzione dell’obbligazione ed è, quindi, assoggettabile all’azione revocatoria ordinaria promossa dal curatore.

Con recente pronuncia del 14.05.2024 (Cass. Civ., sez. II, ord. n. 13227 del 14.05.2024), la Cassazione ha ribadito importanti principi in tema di azione revocatoria ordinaria esercitata dal curatore ex artt. 66 l. fall. (vigente ratione temporis) e 2901 c.c.

A seguito del fallimento di una società a responsabilità limitata, la curatela agiva con revocatoria ordinaria ex artt. 66 l. fall. e 2901 c.c. in relazione al contratto di compravendita stipulato tra la società in bonis e la società convenuta, ove si pattuiva la cessione di un immobile della prima con imputazione del prezzo a compensazione di un debito scaduto, a favore dell’acquirente.

La curatela vinceva la revocatoria ordinaria, proposta ai sensi degli artt. 66 l. fall (vigente ratione temporis) e 2901 c.c., sia in primo che secondo grado. La società acquirente, pertanto, adiva la Cassazione, asserendo che i giudici di merito avrebbero errato nel ritenere sussistente sia l’eventus damni che il presupposto soggettivo ai fini dell’azione revocatoria ordinaria, affermando, dunque, di non essere stata a conoscenza della situazione di dissesto della venditrice. Contestava, inoltre, la revocabilità di tale atto dispositivo, dato che sarebbe stato effettuato in adempimento di un debito scaduto.

La Cassazione, tuttavia, ha rigettato il ricorso e confermato la decisione dei giudici del merito.

Quanto al requisito oggettivo dell’eventus damni, invero, ha ribadito che lo stesso ricorre non solo nel caso in cui l’atto dispositivo comprometta totalmente la consistenza patrimoniale del debitore, ma anche quando determini una variazione soltanto qualitativa del patrimonio che comporti una maggiore incertezza o difficoltà nel soddisfacimento del credito (v., tra le tante, Cass. n. 20232/2023; Cass. n. 16221/2019; Cass. n. 1896/2012), nonché, a maggior ragione, allorché alla sottrazione del cespite dal patrimonio del debitore non consegua neanche l’acquisizione nel medesimo patrimonio di un corrispettivo in denaro, alla stregua della effettuata compensazione legale (Cass. n. 2552/2023).

Il tutto puntualizzandosi che, con riguardo all’esercizio dell’azione da parte del curatore, quest’ultimo, al fine di dimostrare la sussistenza dell’eventus damni, deve dimostrare la consistenza dei crediti vantati dai creditori ammessi al passivo fallimentare, nonché la sussistenza, al tempo del compimento del negozio, di una situazione patrimoniale del soggetto fallito che mettesse a rischio la realizzazione dei crediti sociali ed il mutamento qualitativo o quantitativo della garanzia patrimoniale generica, rappresentata dal patrimonio sociale, determinato dall’atto dispositivo (Cass. n.19515/2019; Cass. n. 9565/2018; Cass. n. 8931/2013), condizioni che sussistevano ed erano state riscontrate nella fattispecie concreta.

Inoltre, a fronte della vendita senza corresponsione del prezzo, in ragione della compensazione legale del corrispettivo pattuito con altro precedente credito vantato dall’acquirente verso l’alienante, la Cassazione afferma che si ricade in un’ipotesi di datio in solutum (attuata mediante la cessione di beni, con imputazione del prezzo a compensazione di un debito scaduto), che costituisce modalità anomala di estinzione dell’obbligazione ed è, quindi, da ritenersi assoggettabile all’azione revocatoria ordinaria promossa dal curatore ex art. 66 L.F., sottraendosi all’inefficacia ai sensi dell’art. 2901, terzo comma, c.c. solo l’adempimento di un debito scaduto in senso tecnico e non un atto discrezionale, dunque non dovuto, come la predetta cessione, in cui l’estinzione dell’obbligazione è l’effetto finale di un negozio soggettivamente ed oggettivamente diverso da quello in virtù del quale il pagamento è dovuto (v. Cass. n. 4244/2020; Cass. n. 26927/2017; Cass. n. 28981/2008).

Quanto al requisito soggettivo, la Cassazione ha reputato sufficiente la consapevolezza, da parte del debitore alienante e del terzo acquirente, della diminuzione della garanzia generica per la riduzione della consistenza patrimoniale del primo, non essendo necessaria la collusione tra gli stessi, né occorrendo la conoscenza, da parte del terzo, dello specifico credito (o degli specifici crediti) per cui è proposta l’azione (Cass. n. 28423/2021; Cass. n. 16825/2013), condizioni anch’esse ritenute adeguatamente integrate nella fattispecie, avendo la Corte d’appello specificato che, nonostante il fallimento dichiarato nel 2018 fosse stato revocato, per poi essere nuovamente dichiarato nel 2020, i crediti verso la società ricorrente risalivano anche agli anni antecedenti alla prima dichiarazione di fallimento.

A cura di Avv. Eleonora Polazzo – eleonora.polazzo@casaeassociati.it



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