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Quattro regole importanti per l’esercizio dell’azione revocatoria, ordinaria e fallimentare (anche per un’efficace difesa del soggetto convenuto).

L’estratto conto fornitori è di per sé inidoneo a fornire prova dell’effettuazione di un pagamento revocabile; non sono revocabili la compensazione legale e la compensazione giudiziale; la fideiussione è atto revocabile; è ammissibile la c.d. “revocatoria in via breve” – di Avv. Veronica Albiero

Con due arresti pubblicati nel mese di gennaio (Tribunale di Roma. 22 gennaio 2024, n. 1076) e febbraio (Cass. 7 febbraio 2024, n. 3462), i giudici di merito e di legittimità sono tornati a pronunciarsi in materia di azione revocatoria, sia ordinaria, sia fallimentare, affermando quattro importanti regole per l’esercizio dell’azione, anche da parte del curatore fallimentare (ora curatore della liquidazione giudiziale) e degli altri organi concorsuali (il commissario nominato nelle procedure di amministrazione straordinaria e il commissario liquidatore della procedura di liquidazione coatta amministrativa). Ben vero, tali regole possono costituire anche degli efficaci “spunti” o temi di difesa per i soggetti convenuti in giudizio, al fine di contrastare l’azione subìta.

L’azione revocatoria, sia nella sua declinazione c.d. “ordinaria”, disciplinata dall’art. 2901 c.c., cui rimanda l’art. 66 l.fall.-165 CCII in caso di esercizio da parte del curatore fallimentare a beneficio della massa dei creditori, sia in quella fallimentare, di cui all’art. 67 l.fall.-166 CCII, esclusiva degli organi concorsuali, è un’azione pòsta a tutela della garanzia patrimoniale del soggetto debitore a beneficio del soggetto creditore, attraverso cui il creditore può domandare che siano dichiarati inefficaci nei suoi confronti gli atti di disposizione del patrimonio, a titolo oneroso o a titolo gratuito, posti in essere dal debitore in pregiudizio alla ragione di credito del creditore. In altri termini, è uno strumento giuridico per la salvaguardia di un diritto di credito, e per questo il suo utilizzo è assai ricorrente. In particolare, nell’ambito del diritto fallimentare, le azioni revocatorie sono un efficace strumento per l’organo concorsuale per dichiarare inefficaci gli atti di disposizione del patrimonio posti in essere dal soggetto poi dichiarato fallito a beneficio di uno o più creditori particolari, vòlti a minare il principio della parità di trattamento dei creditori di un soggetto insolvente.

Tuttavia, è un’azione complessa per il creditore, al quale è richiesto di provare in giudizio plurimi elementi, sia sotto il profilo oggettivo, sia sotto il profilo soggettivo, non sempre di facile allegazione, che solo se contestualmente sussistenti, e accertati dal Giudice, portano alla pronuncia di inefficacia a proprio favore. Elementi comuni delle citate azioni revocatorie sono: i) la prova di vantare una ragione di credito nei confronti del soggetto che ha posto in essere l’atto dispositivo del proprio patrimonio; ii) la prova che il debitore ha posto in essere un atto dispositivo del proprio patrimonio; iii) la prova che l’atto dispositivo è stato posto in essere entro un periodo di tempo definito[1]; iv) la prova del pregiudizio arrecato al creditore in ragione dell’atto dispositivo posto in essere dal debitore; v) la prova della consapevolezza da parte del debitore e del soggetto terzo, ove richiesto dalla legge, del pregiudizio che l’atto di disposizione comportava alle ragioni del creditore; vi) nel caso di azione revocatoria fallimentare e di azione revocatoria ordinaria esercitata dall’organo concorsuale, la prova dello stato d’insolvenza del soggetto sottoposto a procedura concorsuale al momento dell’atto dispositivo e la sua conoscenza da parte del creditore.

Le due recenti pronunce, nel chiarire alcuni di questi elementi, offrono delle coordinate applicative di sicuro rilievo per il soggetto creditore nell’esercizio della tutela revocatoria e, per verso opposto per il debitore chiamato a difendersi in giudizio. Vediamo partitamente.

Dalla sentenza del tribunale capitolino, che prende le mosse da un’azione revocatoria fallimentare promossa dai commissari di una società in amministrazione straordinaria per la dichiarazione di inefficacia di alcuni pagamenti eseguiti prima della sottoposizione della società in amministrazione straordinaria, a beneficio di un creditore particolare, si ricavano due fondamentali principi riferibili all’atto dispositivo revocando consistente in pagamenti. Il primo: la prova dei pagamenti dei quali si chiede la dichiarazione di inefficacia non può essere fornita mediante la produzione dell’estratto conto fornitori; il secondo: non è atto dispositivo revocabile la compensazione legale e neppure la compensazione giudiziale. Ne deriva che l’attore è onerato, nel corso del processo (al più tardi con la seconda memoria scritta), di dare la prova dei pagamenti che ritiene revocabili mediante la produzione di copia dei documenti comprovanti la materiale esecuzione degli stessi (ad esempio, copia delle contabili di bonifico bancario; copia dell’addebito della provvista di un assegno bancario, etc.), ovvero l’effettiva diminuzione di denaro dal patrimonio del debitore a beneficio del creditore convenuto in giudizio, in quanto il “conto fornitore” non è prova tra imprenditori, ai sensi dell’art. 2710 c.c., dei rapporti inerenti l’esercizio dell’impresa tra l’organo concorsuale e un imprenditore terzo. Pertanto, l’organo concorsuale che agisce in revocatoria è in questo caso onerato di una prova “maggiore” dei pagamenti rispetto all’imprenditore in bonis. Inoltre, dice il Tribunale di Roma, sempre in tema di pagamenti, non sono atti dispositivi revocabili i pagamenti avvenuti mediante compensazione legale e giudiziale, ma solo i pagamenti eseguiti per mezzo di compensazione volontaria. Ciò significa che la compensazione legale tra reciproci crediti esigibili anteriori all’apertura della procedura concorsuale non è soggetta a revocatoria, in quanto realizza un effetto estintivo delle rispettive poste di credito previsto dalla legge e non una forma di pagamento. Invero, in tal caso, così come nell’ipotesi di compensazione giudiziale, frutto di un provvedimento giurisdizionale, il creditore non riceve alcuna somma di denaro, ma gli viene soltanto consentito di non versare l’importo di cui era debitore. Diversamente, in ipotesi di compensazione volontaria, ovvero pattuita da creditore e debitore con apposito accordo in assenza dei presupposti di legge (contestuale sussistenza di debito e credito, tra i medesimi soggetti, certi, liquidi ed esigibili), il negozio tra le parti realizza l’estinzione di reciproci debiti mediante un vero e proprio atto di pagamento. Precipitato di tale principio è che l’attore è chiamato a indagare la natura della scrittura contabile di compensazione dei registri della contabilità (ad esempio, del conto fornitore) prima di dedurre in giudizio l’inefficacia dell’intervenuta compensazione.

In terzo luogo, sempre in tema di elemento oggettivo dell’azione revocatoria, la Suprema Corte, nell’ambito di un giudizio di opposizione allo stato passivo in cui il curatore fallimentare aveva svolto eccezione di revocatoria ordinaria per paralizzare l’insinuazione al passivo del credito da parte di un istituto di credito, con l’ordinanza in commento, dice “a chiare lettere” che l’atto costitutivo di una garanzia personale (i.e. fideiussione) è revocabile. La questione, peraltro, è definita dagli stessi Giudici “di assoluto rilievo nomofilattico”. Dunque, va rammentato che anche la prestazione di una fideiussione è atto dispositivo del patrimonio, perché integra l’assunzione di un’obbligazione, benché il debitore principale non si sia ancora reso inadempiente e a prescindere dalla situazione patrimoniale del soggetto garantito e dalla sua eventuale solvibilità. Pertanto, al pari dell’assunzione di debito, anche la concessione di garanzia personale (il discorso non muta in caso di garanzia reale, i.e. ipoteca o pegno) è atto dispositivo, poiché comporta una compromissione della consistenza patrimoniale del soggetto concedente nel futuro, equiparabile, ai fini della dichiarazione di inefficacia, alla diminuzione patrimoniale “istantanea” che deriva da un atto di alienazione (di tutto o di parte) del patrimonio. Il fondamento di tale indirizzo è individuabile nella funzione stessa dell’azione revocatoria, che tutela l’interesse alla conservazione della garanzia patrimoniale generica contro qualunque atto che determini o semplicemente aggravi il pericolo della sua insufficienza. Di conseguenza, l’interpretazione del concetto di “atto dispositivo” è congiunta alla specifica funzione della norma di legge, che ha lo scopo di tutelare il creditore da ogni atto del proprio debitore che sia suscettibile di alterare, menomandolo anche indirettamente, il patrimonio che esprime la garanzia patrimoniale generica. Di qui, la legittima facoltà del creditore di agire per la declaratoria di inefficacia della prestazione della garanzia fideiussoria nei confronti del soggetto garante. Si amplia in questo modo il panorama degli atti dispositivi revocabili da parte del creditore.

In quarto e ultimo luogo, la pronuncia della Corte di cassazione offre l’occasione per trarre un ulteriore corollario, di natura processuale, in tema di azione revocatoria, che interessa l’organo concorsuale. È, infatti, pacificamente ammessa per quest’ultimo, in sede di verificazione del credito, (e nell’eventuale giudizio di opposizione allo stato passivo promosso dal creditore escluso) la facoltà di eccepire i presupposti dell’azione revocatoria in spregio all’atto in forza del quale il creditore della procedura chiede di insinuare il credito al passivo (c.d. “revocatoria in via breve”). In questo modo, l’organo concorsuale è agevolato, in quanto non è obbligato a promuovere un separato e autonomo giudizio di merito, potendo all’uopo “sfruttare” la fase di formazione dello stato passivo della procedura. Tuttavia, ciò non muta il perimetro dell’onere allegatorio e probatorio del soggetto che deduce l’inefficacia dell’atto dispositivo, qualsiasi esso sia.


[1] Nell’azione revocatoria c.d. “ordinaria”, l’atto dispositivo deve essere stato compiuto nei cinque anni precedenti rispetto all’avvio del giudizio; nell’azione revocatoria fallimentare rilevano gli atti dispositivi posti in essere nell’anno o nei sei mesi anteriori l’apertura della procedura concorsuale.



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