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Mediazione obbligatoria e condizione di procedibilità: il Tribunale di Verona disapplica l’art. 5 d.lgs. 28/2010 per contrasto con la normativa europea

Secondo il Tribunale di Verona, l’art. 5, comma 1, d. lgs. 28/2010, essendo fonte, sia pure indiretta, di costi “non contenuti” per le parti, va disapplicato in quanto in contrasto con l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Il caso sottoposto alla cognizione del giudice veronese riguarda una domanda di risarcimento danni, derivanti da inadempimento per negligenza e imperizia del convenuto, di professione avvocato, al contratto di prestazione d’opera professionale concluso con la ricorrente.
Trattandosi di un contratto d’opera professionale, la materia è soggetta a tentativo obbligatorio di mediazione (e non di negoziazione assistita, procedura tentata senza esito dalla ricorrente) a sensi dell’art. 5, comma 2, del d.lgs. 28/2010, come sostituito dall’art. 7, lett. e) del d.lgs. 10.10.2022, n. 149.
Ciò premesso, il Tribunale di Verona, con l’ordinanza in commento, ha affermato che la predetta norma in tema di mediazione è in contrasto con i principi fondamentali della Unione Europea, a fortiori a seguito della entrata in vigore del D.M. 24.10.2023, n. 150, che, tra l’altro, ha elevato gli importi delle spese per la mediazione, determinando un incremento dei complessivi costi che le parti devono sostenere per la mediazione obbligatoria e che sono comprensivi di quelli per l’assistenza difensiva obbligatoria.
Il percorso motivazionale del giudice prende le mosse dalla sentenza della Corte di Giustizia del 14.06.2017, n. 457, la quale, in linea con la sentenza Alassini del 18.03.2010, ha ribadito i presupposti per poter ritenere compatibili con il principio comunitario della tutela giurisdizionale effettiva, sancito dagli artt. 6 e 13 della CEDU e dall’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, le forme di Alternative Dispute Resolution obbligatoria, a prescindere dalla qualità soggettiva delle parti.
In particolare: 1) non conduca ad una decisione vincolante per le parti; 2) non comporti un ritardo sostanziale per la proposizione di un ricorso giurisdizionale; 3) sospenda la prescrizione o la decadenza dei diritti in questione; 4) non generi costi, ovvero generi costi non ingenti per le parti (testualmente nella decisione della Corte, “very low costs” e “frais peau importants”).
La disciplina nazionale, come integrata dal D.M. 24.10.2023, n. 150, non rispetta l’ultima condizione poiché, prevedendo anche l’assistenza difensiva obbligatoria (art. 8, comma 5, d. lgs. 28/2010) comporta dei costi non contenuti per le parti, tenuto conto dei criteri di determinazione del compenso di avvocato attualmente vigenti.
Il giudice veronese ha ulteriormente precisato che il costo per l’assistenza difensiva per le parti rimane significativo anche se il procedimento di mediazione si conclude al primo incontro, posto che il regolamento sui parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense non prevede un compenso ridotto per l’avvocato che assista la parte in quella fase iniziale della procedura.
Nemmeno le agevolazioni fiscali previste per la mediazione potrebbero giustificare tali esborsi in quanto, la concreta determinazione del credito di imposta dipende dal valore della controversia, dalla disponibilità di fondi da parte dello Stato e dal numero delle richieste. La posta è incerta sia nell’an che nel quantum, mentre il costo che la parte deve sostenere è effettivo e immediato; lo stesso vale per la possibilità della parte poi vittoriosa nel successivo giudizio di recuperarle in via esecutiva, o in virtù di una eventuale transazione successiva.
Alla luce di tali considerazioni, il Tribunale di Verona ha concluso ritenendo che la norma di cui all’art. 5, comma 1, d. lgs. 28/2010, essendo fonte, sia pure indiretta, di costi non contenuti per le parti, vada disapplicata in quanto in contrasto con l’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Avv. Riccardo Stefan avvstefan@casaeassociati.it




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