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L’opposizione a decreto ingiuntivo proposta da un soggetto nella qualità di erede dell’ingiunto costituisce accettazione tacita dell’eredità

La Suprema Corte ha chiarito che l’opposizione a decreto ingiuntivo, proposta da un soggetto nella qualità di erede dell’ingiunto, costituisce accettazione tacita dell’eredità, senza che assuma alcuna rilevanza la circostanza che tale opposizione sia stata dichiarata inammissibile, posto che l’accettazione dell’eredità, a tutela della stabilità degli effetti connessi alla successione mortis causa, si configura come atto puro ed irrevocabile e quindi insuscettibile di essere caducato da eventi successivi.

Nel caso sottoposto alla cognizione della Suprema Corte, una società ha intimato alla debitrice un precetto di pagamento sulla base di un decreto ingiuntivo definitivo emesso nei confronti del padre.

L’intimata ha proposto opposizione all’esecuzione, ai sensi dell’art. 615, comma 1, c.p.c. L’opposizione è stata parzialmente accolta dal Tribunale, che ha accertato l’esistenza del diritto della creditrice di procedere a esecuzione forzata nei confronti dell’intimata. La Corte d’Appello, ha invece riformato la decisione di primo grado, dichiarando che la società creditrice non aveva diritto di procedere a esecuzione forzata sulla base del titolo giudiziale azionato.

La società creditrice ha quindi proposto ricorso per cassazione contro la sentenza d’appello, deducendo che l’intimata, dopo aver ricevuto la notifica del decreto ingiuntivo, ai soli fini dell’esecuzione nei suoi confronti, aveva spiegato opposizione avverso il predetto titolo esecutivo qualificandosi come erede del debitore originario, riconoscendolo esplicitamente quale proprio dante causa, in tal modo ponendo in essere un irrevocabile atto di accettazione dell’eredità.

La Corte di Cassazione ha in primo luogo sottolineato l’oggettiva circostanza di fatto per cui nell’opposizione proposta avverso il decreto ingiuntivo emesso nei confronti del padre, l’intimata aveva inequivocabilmente assunto il titolo di erede di quest’ultimo, come in effetti era stato rilevato dal giudice di primo grado, che aveva ritenuto la (successiva) espressa rinuncia all’eredità dell’intimata del tutto inefficace, in ossequio al principio generale in materia di successione del semel heres semper heres.

Tale circostanza avrebbe già di per sé carattere assorbente, comportando, ai sensi dell’art. 475 c.c., addirittura una vera e propria accettazione espressa dell’eredità, essendo già stato affermato dalla Suprema Corte che «ai sensi dell’art. 475 c.c., si ha accettazione espressa dell’eredità ogni qualvolta il chiamato assuma il titolo di erede in una scrittura privata, trattandosi di autonomo negozio giuridico unilaterale e non recettizio» (da ultimo, Cass. n. 19711/2020).

Secondo il Supremo Collegio inoltre, il fatto che l’opposizione al decreto ingiuntivo in cui l’intimata si era qualificata erede del padre sia stata dichiarata inammissibile, sarebbe ininfluente, rilevando unicamente, ai sensi degli artt. 475 e 476 c.c., la circostanza che la medesima abbia espressamente assunto il titolo di erede in un atto scritto, ovvero che abbia posto in essere un atto che presupponeva necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe avuto il diritto di fare se non nella qualità di erede.

Non sarebbe dirimente nemmeno il rilievo dei Giudici d’appello secondo cui l’intimata, proponendo opposizione a decreto ingiuntivo, non ha esperito un’azione che non aveva il diritto di proporre se non nella qualità di erede, ma ha resistito all’iniziativa di un creditore del de cuius, in quanto la reazione alla richiesta di pagamento di un debito del de cuius non costituisce un diritto esclusivo dell’erede.

Posto che in sede di opposizione al decreto ingiuntivo l’intimata non ha contestato la propria qualità di erede del padre, ma esclusivamente la sussistenza, sul piano sostanziale, della pretesa creditoria che era stata espressamente fatta valere nei suoi confronti, il Supremo Collegio ha ribadito il proprio orientamento secondo cui «poiché l’accettazione tacita dell’eredità può desumersi dall’esplicazione di un’attività personale del chiamato incompatibile con la volontà di rinunciarvi, “id est” con un comportamento tale da presupporre la volontà di accettare l’eredità, essa può legittimamente reputarsi implicita nell’esperimento, da parte del chiamato, di azioni giudiziarie, che – essendo intese alla rivendica o alla difesa della proprietà o ai danni per la mancata disponibilità di beni ereditari – non rientrino negli atti conservativi e di gestione dei beni ereditari consentiti dall’art. 460 c.c., ma travalichino il semplice mantenimento dello stato di fatto quale esistente al momento dell’apertura della successione, e che, quindi, il chiamato non avrebbe diritto di proporle se non presupponendo di voler far propri i diritti successori» (Cass. n. 10060/2018).

La Corte ha quindi accolto il ricorso, cassando la sentenza d’appello e disponendo che in sede di rinvio sia nuovamente considerata la sussistenza di un atto di accettazione (espressa o tacita) dell’eredità del padre, da parte dell’intimata, anteriore alla sua rinuncia all’eredità.

Cass. Civ, Sez. III, Sent., 3 giugno 2024, n. 15504

A cura di Avv. Riccardo Stefan – riccardo.stefan@casaeassociati.it

   



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