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Legato e accettazione tacita dell’eredità

La Suprema Corte ha ribadito i requisiti per l’accettazione tacita dell’eredità: l’implicita volontà di accettarla e il compimento di un atto che solo un erede potrebbe effettuare. In caso di pagamento del legato, dal momento che questo può avvenire sia con i fondi personali del chiamato, sia con i proventi dell’asse ereditario, solo quest’ultimo caso può configurare un’azione esclusiva dell’erede e dunque un’accettazione tacita.

Ancora una volta la Cassazione, con la pronuncia n. 11389 del 2024, torna a pronunciarsi in tema di accettazione tacita di eredità, confermo il proprio consolidato orientamento secondo cui, affinché si configuri accettazione tacita dell’eredità, è necessaria la coesistenza tanto del requisito soggettivo dell’implicita volontà/consapevolezza di accettarla quanto del requisito oggettivo consistente nel compimento di un atto che solo un chiamato all’eredità potrebbe porre in essere.

La vicenda trae origine dalle disposizioni testamentare di un de cuius a favore della figlia, istituita erede universale dello stesso; tra le varie disposizioni testamentare, il de cuius disponeva che la figlia corrispondesse alla madre alcune somme derivante dalla vendita di un immobile dell’asse ereditario, nonché corrispondenza ad una terza beneficiaria una somma, riconosciutale per meri motivi gratitudine e riconoscenza.

La figlia, tuttavia, rinunciava all’eredità.

Successivamente a tale rinuncia, la figlia effettuava un pagamento in favore della madre di parti importo di quello indicato nella disposizione di legato dal de cuius; seguiva poi un bonifico parziale eseguito dal coniuge della stessa alla beneficiaria del secondo lascito.

Sulla base di tali adempimenti spontanei, la beneficiaria del lascito agiva in giudizio per vedere accertata l’intervenuta accettazione tacita dell’eredità da parte della figlia del de cuius e, conseguentemente, vedersi riconosciuta dalla stessa la restante somma oggetto del lascito testamentario.

La richiesta, tuttavia, nonostante fosse stata accolta nei primi due gradi di giudizio, viene disattesa dalla Cassazione, la quale, tornando a esprimersi in tema di accettazione tacita dell’eredità, ribadisce come la stessa si possa configurare solo in presenza di atti e comportamenti che, per loro natura, possono essere assunti solo da parte di un soggetto che rivesta il ruolo di erede, risultando del tutto irrilevanti atti o comportamenti che possono essere posti in essere da qualunque soggetto, anche estraneo al rapporto successorio.

Richiamando la propria consolidata giurisprudenza, la Corte conferma che “non integra accettazione tacita di eredità il pagamento di un debito che il chiamato abbia eseguito con denaro proprio, poiché a tale adempimento può provvedere anche un terzo senza alcun esercizio di diritti successori (Cass. 497/1965; Cass. 14666/2012; Cass. 20878/2020)”.

D’altronde l’art. 476 c.c. è chiaro nel disporre che l’accettazione tacita dell’eredità consegue ad una determinata condotta, posta in essere dal chiamato che compie “un atto che presuppone necessariamente la sua volontà di accettare e che non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede”.

La Corte, nel rigettare le tesi difensive della ricorrente, ha altresì eccepito l’irrilevanza delle circostanze dedotte dalla stessa relative al fatto che si fosse in presenza di legato di genere, con riferimento alla disposizione testamentaria a favore della madre, e che non vi fosse liquidità nel patrimonio testamentario con cui poter eseguire i pagamenti, ciò in quanto il pagamento del legato può aver luogo tanto con le disponibilità personali del chiamato, quanto con i proventi derivante dall’asse ereditario, e solo in tale ultimo caso “può configurarsi un atto – la liquidazione del patrimonio del de cuius – che solo l’erede ha il potere di compiere”.

La Corte di Cassazione d’altronde si era già espressa in ordine alla fattispecie propria del pagamento di un debito ereditario da parte del chiamato all’eredità, affermando che tale atto poteva configurare accettazione tacita solo nel caso in cui fosse eseguito dal chiamato all’eredità con proventi e denaro dell’asse ereditario, ma non nel caso in cui l’adempimento avvenga mediante denaro proprio dello stesso. Osservava, infatti, già allora la Corte che “nel caso in cui il chiamato adempia al debito ereditario con denaro proprio, quest’ultimo non può ritenersi per ciò stesso che abbia accettato l’eredità, ciò in quanto la norma che legittima qualsiasi terzo all’adempimento del debito altrui – art. 1180 c.c. – esclude che si tratti di un atto che il chiamato non avrebbe il diritto di fare se non nella qualità di erede (art. 476 c.c.)” (Cass. 4320/2018).

A cura di Avv. Lucia Dalla Guarda – lucia.dallaguarda@casaeassociati.it

   



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