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Le condizioni di deducibilità delle perdite su crediti: la Corte di Cassazione torna sull’interpretazione dell’art. 101 co. 5 TUIR

Con la recentissima sentenza n. 223 del 04.01.2024 la Corte di Cassazione sez. tributi ribadisce che le perdite su crediti sono deducibili purché il contribuente dimostri, in modo inequivoco, gli elementi certi e precisi di irrecuperabilità del credito. L’anno di deducibilità, inoltre, deve essere necessariamente l’anno nel quale il credito è divenuto irrecuperabile – di Avv. Maria Bertoldo

L’art. 101 co. 5 TUIR contiene le regole che devono essere seguite per la deduzione delle perdite sui crediti.

In estrema sintesi, il disposto di legge prevede una regola di carattere generale secondo cui le perdite su crediti sono deducibili se risultano da elementi certi e precisi e due deroghe che si verificano a. in caso di assoggettamento della debitrice a procedure concorsuali e b. in caso di crediti di modesto importo, ossia inferiori a 2.500 euro ovvero 5.000 euro per le grandi imprese.

La Cassazione sezione tributi, con la sentenza in questione, affronta ed approfondisce il tema del raggiungimento della prova, da parte del contribuente, degli elementi di deducibilità nell’ipotesi in cui la debitrice sia in bonis ed il credito non sia di modesta entità.

Nello specifico, tra i vari motivi di impugnazione la ricorrente censurava la decisione d’appello laddove la Commissione Regionale aveva ritenuto che la valutazione espressa da un legale non fosse idonea ad integrare gli elementi “certi e precisi” indicati dall’art. 101 TUIR ai fini della deduzione di una perdita derivante dall’inesigibilità di un credito, neppure quanto la valutazione fosse fondata su circostanze obiettive attestanti l’irrecuperabilità del credito.

I giudici di legittimità osservano, in merito, che i giudici della Commissione Territoriale Regionale avevano correttamente sintetizzato i criteri individuati dalla Suprema Corte per ritenere legittima la deducibilità di perdite su crediti ai fini fiscali, evidenziando come fosse richiesta la rigorosa prova dell’esistenza di elementi certi e precisi che abbiano dato causa alla perdita, dimostrando poi nel caso specifico perché la contribuente non avesse provato l’integrazione dei requisiti.

Secondo la Commissione Regionale, gli elementi addotti dalla ricorrente non erano idonei a dimostrare in modo certo e preciso le perdite contabilizzate, non avendo raggiunto la prova di essersi attivata in modo adeguato per l’ottenimento dei pagamenti, dimostrando così’ l’oggettiva impossibilità di ottenere il saldo del credito vantato.

La valutazione sugli elementi di prova forniti dalla contribuente, che compete al giudice del merito, deve essere conforme ai principi generali dettati dalla Cassazione: nel caso specifico, la ricorrente non aveva documentato la ricorrenza degli elementi certi e precisi di inesigibilità dei crediti, non avendo intrapreso alcuna utile azione per il loro recupero, neppure quando la possibilità di provvedervi era stata evidenziata dai propri consulenti, essendosi avvalsa per esprimere la propria valutazione di inesigibilità esclusivamente su pareri non supportati da documenti idonei a dimostrare la condizione di insolvibilità dei debitori.

Sottolinea ancora la Suprema Corte che la deducibilità dal reddito imponibile è possibile solamente laddove il contribuente documenti gli elementi di riferimento che hanno dato luogo alla perdita, elementi che devono essere inequivocabilmente idonei a dimostrare l’irrecuperabilità del credito.

Con altri motivi di impugnazione, poi, la società ricorrente affrontava la questione del trattamento fiscale delle somme che riferiva di aver corrisposto a titolo di caparra confirmatoria per l’acquisto di un terreno.

Nello specifico, la società aveva versato un’ingente somma a titolo di caparra confirmatoria di un contratto di compravendita di un terreno. Il preliminare di vendita prevedeva la risoluzione del contratto, con obbligo alla restituzione delle somme già versate, laddove il terreno non fosse stato dichiarato edificabile dalla competente autorità amministrativa.

Successivamente, tuttavia, i termini dell’accordo veniva modificati e la venditrice assumeva su di sé il rischio integrale dell’iter amministrativo, con trattenimento dell’intera caparra (aumentata rispetto all’importo originario) laddove il negozio non si fosse perfezionato. Il negozio, infine, non si perfezionava.

Ai fini fiscali la vicenda assume rilievo poiché la società ricorrente deduceva dall’imponibile le somme versate a titolo di caparra alcuni anni dopo il mancato perfezionamento della compravendita, adducendo di essersi resa conto dell’irrecuperabilità delle somme solamente alcuni anni dopo il mancato perfezionamento del contratto.

Sia la Commissione Provinciale che la Commissione Regionale avevano osservato che in questo caso non era utilmente invocabile la negligenza della società la quale avrebbe dovuto imputare la perdita all’anno di effettiva irrecuperabilità del pagamento, risalente all’anno in cui il venditore aveva dichiarato di trattenere la caparra.

La Corte di Cassazione respinge anche questo motivo di impugnazione, ritenendo legittima la decisione di merito.



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