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Esecuzione esattoriale: i limiti al pignoramento immobiliare dell’agenzia delle entrate

La legge pone significativi limiti alla possibilità, per l’Agenzia della Riscossione, di agire in via esecutiva sui beni immobili di proprietà dei debitori, ma non li ripropone per la procedura di liquidazione controllata del patrimonio del sovraindebitato – di Avv. Gaia Candiollo

La possibilità per l’Agenzia della Riscossione di porre in esecuzione beni immobili è disciplinata dall’art. 76 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, ed è soggetta, oltre al requisito dell’avvenuta iscrizione di ipoteca da almeno sei mesi senza che sia avvenuto il pagamento, ad un doppio limite.

La normativa prevede infatti che non possa essere oggetto di espropriazione, su iniziativa dell’Agenzia della Riscossione, l’immobile che costituisce la residenza effettiva del debitore, quindi l’abitazione, quando questo sia l’unico di proprietà di ques’ultimo. Eccezione a tale limite è costituta dal fatto che si tratti di abitazione di lusso (palazzo di pregio storico e artistico, o villa, o castello). Per quegli immobili che non rientrano in tali categorie, subentrano poi ulteriori limiti di valore: l’esecuzione potrà essere attivata solamente ove il credito sia superiore ad Euro 120.000,00 ed è altresì necessario che il valore complessivo di tutti i beni immobili di proprietà del debitore sia superiore ad Euro 120.000,00

Ciò non significa che l’Agenzia della Riscossione non possa svolgere intervento nella procedura esecutiva eventualmente radicata da altri creditori; l’intervento potrà comunque avvenire in forza di titolo esecutivo costituito dal ruolo, cioè dall’elenco dei debitori predisposto dall’ente creditore e trasmesso all’A.d.R., avente natura di titolo di formazione amministrativa, munito ab origine di idoneità esecutiva, ed unico presupposto per la proposizione dell’intervento, senza necessità della notificazione della cartella di pagamento.

Una volta svolto intervento da parte dell’A.d.R. in un’esecuzione immobiliare che abbia ad oggetto l’abitazione principale del debitore nei limiti suindicati, ci si è chiesti se spettano a questa tutti i poteri di impulso riservati ai creditori intervenuti titolati (a titolo esemplificativo: presentare istanza di vendita, aderire all’istanza di sospensione volontaria ex art. 624 bis c.p.c., rinunciare all’esecuzione). Se vi è disciplina relativa alla possibilità per A.d.R. di radicare un’esecuzione immobiliare, non si rinvengono infatti norme che ne delimitino il potere di partecipare ad una esecuzione da altri avviata.

La giurisprudenza ha avuto modo di esprimersi in sensi opposti, ma l’orientamento dominante sottolinea come l’intervento spiegato dall’ A.d.R.  in una esecuzione immobiliare (che riporti le ipotesi di cui all’art. 76 citate) sarebbe esclusivamente finalizzato alla partecipazione alla distribuzione del ricavato ed assumerebbe quindi rilievo unicamente in tale ultima fase della procedura, con ciò negando la possibilità di compiere atti di impulso alla pari degli altri creditori muniti di titolo esecutivo.

Una via di fuga a questo limite potrebbe tuttavia essere costituita da quanto disposto dall’art. 268 del Codice della Crisi (CCII) che, nell’ambito del sovraindebitamento, concede a qualsiasi creditore di ricorrere al Tribunale affinché l’intero patrimonio del debitore venga posto in Liquidazione Controllata.

Tale iniziativa è sottoposta a delle condizioni: lo stato di insolvenza del debitore (il quale non deve quindi essere più in grado di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni) e un ammontare di debiti scaduti e non pagati uguale o superiore ad euro 50.000,00.

Dal momento, pertanto, che non sono previsti, allo stato, limiti di natura soggettiva ai creditori cui è consentito procedere con il deposito di ricorso per l’apertura di Liquidazione Controllata, è possibile che, con l’attuale formulazione della legge, lo stesso Erario possa di fatto porre in liquidazione anche la prima casa.



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