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Il principio di conservazione del contratto: criterio oggettivo e sussidiario  

In sede d’interpretazione di un contratto o di una sua clausola, laddove si renda necessario ricorrere a criteri interpretativi di natura oggettiva in via sussidiaria a quelli di natura soggettiva, è preferibile nei casi dubbi, se possibile nell’ambito di tale opera ermeneutica, evitare di adottare una soluzione che renda il contratto o la singola clausola improduttiva di effetti – di Avv. Lucia Dalla Guarda

Muovendo da una controversia legata ad un contratto di agenzia, nella quale si discuteva dell’eventuale riconoscimento di un bonus in favore dell’agente receduto sulla base di una specifica previsione contrattuale, è stata colta l’opportunità per la Suprema Corte di Cassazione – con la sentenza n. 5281 del 28.02.2024 – di ribadire, seppur brevemente, i termini per l’applicazione del principio della conservazione del contratto e della sua efficacia stabilito dall’art. 1367 c.c..

In base a tale principio, “nel dubbio, il contratto e le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possano avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno”, con il limite di non ammettere che ciò comporti una sostituzione della originaria volontà delle parti al mero fine di evitare una pronuncia di nullità del contratto stesso.

Sul filone di proprie precedenti pronunce, infatti, la Corte afferma che “in tema di interpretazione del contratto, il criterio ermeneutico contenuto nell’art. 1367 c.c. — secondo il quale, nel dubbio, il contratto o le singole clausole devono interpretarsi nel senso in cui possono avere qualche effetto, anziché in quello secondo cui non ne avrebbero alcuno — va inteso non già nel senso che è sufficiente il conseguimento di qualsiasi effetto utile per una clausola, per legittimarne una qualsivoglia interpretazione pur contraria alle locuzioni impiegate dai contraenti, ma che, nei casi dubbi, tra possibili interpretazioni, deve tenersi conto degli inconvenienti cui può portare una (o più) di esse e perciò evitando di adottare una soluzione che la renda improduttiva di effetti. Ne consegue che detto criterio — sussidiario rispetto al principale criterio di cui all’art. 1362, comma 1, c.c. — condivide il limite comune agli altri criteri sussidiari, secondo cui la conservazione del contratto, cui esso è rivolto, non può essere autorizzata attraverso una interpretazione sostitutiva della volontà delle parti, dovendo in tal caso il giudice evitarla e dichiarare, ove ne ricorrano gli estremi, la nullità del contratto” (Cass. 5281/2024, in senso conf. Cass. 28357/2011).

Si osserva comunque che tale principio costituisce un criterio di interpretazione oggettiva, con valenza sussidiaria, e che trova, quindi, applicazione solo ove l’interpretazione del contratto o della clausola non abbia avuto soluzione, all’esito dell’utilizzazione dei criteri di interpretazione soggettiva.

Si rammenta infatti come la medesima Corte di Cassazione abbia parimenti evidenziato che all’esigenza di conservazione del contratto deve corrispondere, ed essere previamente verificata, l’effettiva e reale volontà delle parti alla quale dovrà riconoscersi prevalenza (Cass. n. 6116/2013; Cass. n. 19558/2003).

Alla luce di tali principi, pertanto, nel caso di specie la Corte, ribadendo che l’interpretazione dell’atto negoziale costituisce accertamento in fatto e come tale riservato al giudice di merito, ha considerato correttamente motivata ed esente da vizi logici l’interpretazione della clausola contrattuale resa dalla Corte di Appello nella sentenza oggetto di impugnazione, laddove la stessa, riferendosi ad una possibile interpretazione letterale della suddetta clausola contrattuale, ha preferito quella in base alla quale si mantenesse l’efficacia del negozio in luogo di una sua pronuncia di nullità.



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