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La corretta applicazione dell’art. 2486 c.c. ai fini della liquidazione del danno per protrazione illecita dell’attività sociale da parte degli amministratori: la “parola” chiarificatrice della Suprema Corte

Il giudice deve utilizzare il “criterio dei netti patrimoniali” di cui all’art. 2486, comma terzo, c.c., così come novellato dall’art. 378 CCII, ai fini della liquidazione del danno, anche nei giudizi in corso al momento della sua entrata in vigore, a meno che in giudizio l’attore non deduca e individui elementi di fatto legittimanti l’utilizzo di un diverso criterio liquidatorio più aderente alla realtà del caso concreto – di avv. Veronica Albiero.

L’art. 378 del Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza (“CCII”, di cui al decreto legislativo del 12 gennaio 2019 n. 14) ha innovato l’art. 2486 c.c. in tema di Poteri degli amministratori, aggiungendo l’attuale terzo comma, che così recita: “Quando è accertata la responsabilità degli amministratori a norma del presente articolo, e salva la prova di un diverso ammontare, il danno risarcibile si presume pari alla differenza tra il patrimonio netto alla data in cui l’amministratore è cessato dalla carica o, in caso di apertura di una procedura concorsuale, alla data di apertura di tale procedura e il patrimonio netto determinato alla data in cui si è verificata una causa di scioglimento di cui all’art. 2484, detratti i costi sostenuti e da sostenere, secondo un criterio di normalità, dopo il verificarsi della causa di scioglimento e fino al compimento della liquidazione. Se è stata aperta una procedura concorsuale e mancano le scritture contabili o se a causa dell’irregolarità delle stesse o per altre ragioni i netti patrimoniali non possono essere determinati, il danno è liquidato in misura pari alla differenza tra attivo e passivo accertati nella procedura”.  Tale disposizione è entrata in vigore il trentesimo giorno successivo alla data di pubblicazione, come indicato dall’art. 389, secondo comma, CCII.

L’art. 2486 c.c., dunque, al primo comma indica che, nell’ipotesi in cui si verifichi una causa di scioglimento della società, gli amministratori conservano il potere gestorio al fine di conservare l’integrità e il valore del patrimonio sociale, fintanto che i libri sociali non siano consegnati ai liquidatori (o al liquidatore) nominati. Pertanto, i poteri degli amministratori non si esauriscono con l’avverarsi di una causa di scioglimento della società, ma da quel momento assumono necessariamente una connotazione e una finalità ben precisa, determinata dalla legge, che in caso di inadempimento è fonte di responsabilità personale e solidale degli amministratori per i danni arrecati alla società, ai soci, ai creditori sociali e ai terzi, come precisato dall’art. 2486, secondo comma, c.c. In tal caso, appunto, a séguito di azione giudiziale da parte del soggetto che ritiene di aver subito un danno dalla condotta non conservativadegli amministratori, il terzo comma indica il criterio di quantificazione del danno. Tale criterio è definito nella prassi “criterio dei netti patrimoniali”.

Come noto, sovente gli (ex) amministratori sono chiamati a rispondere in giudizio di tale inadempimento e del conseguente danno da parte del curatore fallimentare in caso di fallimento o liquidazione giudiziale della società, del commissario liquidatore in ipotesi di apertura della procedura di liquidazione coatta amministrativa o del commissario straordinario dell’amministrazione straordinaria. La norma, quindi, assume carattere generale e di primario riferimento per tali fattispecie, dal momento che in giudizio “l’organo fallimentare” addebita ai convenuti il danno causato dalla condotta non conservativa degli amministratori, i quali proseguivano nella gestione ordinaria e non propriamente conservativa della società dopo l’avvenuta riduzione per perdite del capitale sociale al di sotto del minimo legale, utilizzando il suddetto criterio per la liquidazione del danno. V’è da precisare che anche prima della riforma del 2019, il “criterio dei netti patrimoniali” era già utilizzato nei tribunali italiani, in quanto avallato da dottrina e giurisprudenza.

Tuttavia, a séguito dell’entrata in vigore del “nuovo” terzo comma dell’art. 2486 c.c., è eccepito con frequenza dagli (ex) amministratori convenuti in giudizio dal curatore fallimentare l’inapplicabilità del “criterio dei netti patrimoniali” ai casi di accertamento di responsabilità pendenti all’epoca della sua entrata in vigore, adducendo il carattere anche sostanziale e non meramente processuale della norma, cosicché, stante l’inapplicabilità del principio di inversione dell’onere della prova in esso specificato rispetto a fatti anteriori, spetterebbe al curatore fallimentare (attore in giudizio) individuare un diverso criterio di quantificazione del danno.

La pronuncia in esame ha il pregio di chiarire l’ambito applicativo della norma in tali ricorrenti fattispecie, che comportano quotidianamente un ampio contraddittorio nelle aule delle sezioni specializzate in materia d’impresa dei tribunali territoriali sul punto.

L’ordinanza del 28 febbraio 2024, n. 5252 della Corte di cassazione precisa, infatti, che non è necessario indugiare sul profilo definitorio della novella dell’art. 378 CCII, ovvero se si tratti di norma propriamente processuale – o meno – soggetta come tale al criterio tempus regit actum, per delineare in modo corretto la sua applicazione. Ciò su cui occorre soffermarsi, invece, è la sua funzione. Al riguardo, la norma non ha modificato la declinazione degli obblighi comportamentali degli amministratori forieri di responsabilità civile, nè ha minimamente alterato il contenuto del diritto al risarcimento del danno che sia stato cagionato, dice la Corte, ma ha invece codificato un meccanismo di liquidazione equitativa del pregiudizio secondo quanto già la giurisprudenza di questa Corte giustappunto aveva ritenuto legittimo.

Pertanto, se è vero che nel testo della disposizione vi è il riferimento a un criterio presuntivo (“salva la prova di un diverso ammontare, il danno risarcibile si presume pari alla differenza tra il patrimonio netto alla data in cui l’amministratore è cessato dalla carica, (…) e il patrimonio netto determinato alla data in cui si è verificata una causa di scioglimento”), è altrettanto evidente che il legislatore non voleva riferirsi alla presunzione in senso proprio e ai criteri distributivi dell’onere della prova (art. 2697 c.c.) che nelle fattispecie in commento non rilevano.

Perciò, la norma può definirsi latatamente processuale e si applica anche ai giudizi in corso al momento della sua entrata in vigore, poiché ha la funzione di stabilire non un criterio (nuovo) di riparto di onere probatori, ma solo un criterio valutativo del danno rispetto a fattispecie nelle quali è accertata la responsabilità degli amministratori per atti gestori non conservativi dell’integrità e del valore del capitale sociale dopo il verificarsi di una causa di scioglimento della società. A ben vedere, dunque, la norma è in realtà destinata proprio al giudice.

In conclusione, il giudice, il quale accerti la fattispecie di responsabilità di cui all’art. 2486 c.c., come dedotta dal curatore fallimentare o  della liquidazione giudiziale (o dal commissario liquidatore o commissario straordinario), deve utilizzare il “criterio dei netti patrimoniali” di cui all’art. 2486, comma terzo, c.c. ai fini della liquidazione del danno, a meno che in giudizio l’attore non deduca e individui elementi di fatto legittimanti l’utilizzo di un diverso criterio liquidatorio più aderente alla realtà del caso concreto.



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