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Azione di rivendica e probatio diabolica “attenuata”

La probatio diabolica dell’azione di rivendica è attenuata qualora il convenuto non contesti l’originaria appartenenza ad un comune dante causa del bene conteso; l’esame di tale ipotesi non è oggetto di una eccezione in senso stretto, bensì conseguenza della corretta interpretazione della regola “iuris” che compete al giudicante, di talché il rivendicante che ne assuma la sussistenza, ignorata dal giudice di prime cure, non introduce un tema nuovo d’appello – di Avv. Francesca Scapin

La sentenza in commento origina dall’azione avviata contro Tizia per la sua condanna al rilascio della metà indivisa di un locale cantina, occupato senza titolo, che gli attori affermavano aver ricevuto in donazione dai propri genitori.

La convenuta eccepiva, in via riconvenzionale, di aver acquistato il bene oggetto di causa da Caio che le aveva venduto un appartamento e un garage con pertinenza la cantina.

Con memoria ex art. 183, co. 6, cod. proc. civ., gli attori – ad integrazione delle domande esperite in citazione – precisavano che la condanna alla riconsegna dell’immobile era conseguenza dell’accertamento del loro diritto di proprietà su tale bene.

Il Tribunale dichiarava proprietari gli attori e condannava la convenuta Tizia al rilascio dell’immobile, nonché a corrispondere ai proprietari un’indennità per l’occupazione.

Tizia proponeva quindi appello avverso la sentenza del giudice di prime cure; all’esito, la Corte d’Appello di Venezia rilevava, tra i vari aspetti, che: i) il Tribunale aveva errato a qualificare la domanda degli (allora) attori come di restituzione, trattandosi invece di rivendicazione e ciò, a maggior ragione, a seguito della loro precisazione della domanda; ii) gli (allora) attori non avevano provato l’acquisto a titolo originario dell’immobile.

I “rivendicanti” ricorrevano, quindi, in Cassazione e, con il primo motivo di impugnazione, denunciavano la violazione e falsa applicazione degli artt. 948 e 2697 c.c. Più specificamente, i ricorrenti rappresentavano: i) di essere divenuti proprietari dell’immobile in forza di donazione disposta in loro favore da Sempronio e Mevio; ii) che Tizia aveva prodotto, nel corso del giudizio di primo grado, taluni documenti che consentivano di risalire, anche per costei, a Sempronio e Mevio, i quali avevano venduto il bene a Filano che, a sua volta, lo aveva venduto a Caio che da, ultimo, lo aveva venduto a Tizia; il bene, quindi, proveniva di fatto da un comune dante causa con conseguente attenuazione dell’onere probatorio in capo al rivendicante.

Con sentenza n. 7539 del 21 marzo 2024, la Suprema Corte di Cassazione ha in primis ribadito che “[…] il rigore della cosiddetta “probatio diabolica”, la quale comporta l’onere a carico dell’attore in rivendicazione, di provare la proprietà del bene risalendo, anche attraverso i propri danti causa, sino ad un acquisto a titolo originario, ovvero dimostrando il compimento dell’usucapione, si attenua nel caso in cui il convenuto non contesti l’originaria appartenenza del bene conteso ad un comune dante causa, nel senso che, in tale ipotesi, il rivendicatore non ha l’onere di provare il diritto dei suoi autori sino ad un acquisto a titolo originario, ma solo che il bene abbia formato oggetto del proprio titolo di acquisto e di quello dei suoi danti causa, sino al proprietario comune autore tra i contendenti […]”.

Quanto, poi, all’eccezione della resistente Tizia – secondo cui detta prospettazione non era stata posta alla Corte d’Appello, essendo quindi nuova e conseguentemente inammissibile – la Suprema Corte, rilevato che: i) l’onere (in capo all’attore in rivendica) della c.d. “probatio diabolica” consiste nella dimostrazione che il bene rivendicato è stato da lui acquistato a titolo originario, ovvero, molto più comunemente, che è a lui pervenuto attraverso una serie ininterrotta di trasferimenti aventi inizio da chi lo aveva acquistato a titolo originario; ii) al fine di soddisfare un tale onere occorre che il giudice venga posto nella condizione di conoscere la successione dei trasferimenti; iii) l’attenuazione della regola probatoria dovuta alla comunanza del dante causa non è un’eccezione in senso stretto, bensì è conseguenza della corretta interpretazione della regola “iuris” cui il giudice è tenuto, ha affermato il seguente principio di diritto: “ove ricorra l’ipotesi della comunanza del dante causa, che, secondo il diritto vivente, attenua la “probatio diabolica”, compete al giudice, sulla base delle evidenze probatorie di causa, trarne la conseguenza in ordine al soddisfacimento dell’onere della prova. La verifica di una tale ipotesi non è, pertanto, dipendente da eccezione, costituendo invece applicazione della corretta regola “iuris”, che compete al giudicante; di conseguenza, il rivendicante, che ne assuma la sussistenza, ignorata dal giudice, non introduce, con il gravame, un tema nuovo”.

Cass. n. 7539 del 21 marzo 2024



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